Il 13 settembre: Fabiola ed Emanuele (Capigruppo Lumbe), Alba e Luisa (Accompagnatrici e responsabili GFS), Sara e Cristiana (Corso Formazione alla Solidarietà, LumbeLumbe – Comunità Montana Monti Azzurri 2008 – Marche -), Giuseppe, Mario, Anna Maria e Maria Laura (Corso Formazione alla Solidarietà, LumbeLumbe – Comunità Montana Valsangro – Abruzzo -) sono tornati!
Anche se per soli 20 giorni la loro esperienza è stata sicuramente bella, costruttiva e soprattutto forte. Forse possiamo azzardare a dire completa in tutti i sensi. Perché l’Africa in se stessa e l’esperienza per fondare e/o impostare e/o amministrare, insomma: vivere una cooperazione con questa terra, cela un’immensità di situazioni, risvolti, rapporti, ecc. che sono continuamente “sorpresa”, positiva e negativa allo stesso tempo in quanto situazioni politico-economico-sociali sono totalmente lontani dai nostri schemi, dai nostri ‘ben organizzati’ stili di vita. Si, ben organizzati i nostri, ma che però nascondono l’insidia sempre crescente, purtroppo, di un individualismo cinico e difficile da sradicare che sta deteriorando sempre di più le nostre anime, i nostri rapporti. Allora la domanda che ci dobbiamo porre continuamente noi tutti: comunque da sempre ‘sognatori’ di un mondo più bello per tutti e che in vari modi, con i nostri ideali e le nostre scelte di vita, molto spesso faticose e che possono sembrare incomprensibili, cerchiamo di portare avanti insieme a fratelli e sorelle dal cuore grande che Qualcuno ci pone a fianco, è: <<come, o per mezzo di chi, oppure di che cosa, nel cercare di contribuire al Grande Lavoro del Bene, è possibile unire 2 realtà oggettive importanti come:
per avere veramente speranza in un futuro ed un mondo migliore?>>.
In questa categoria: Etiopia 2009, di tanto in tanto pubblicheremo alcune altre immagini di questa straordinaria esperienza, sperando però, vista la gran mole di materiale a disposizione riportata dai ragazzi, di riuscire nei prossimi mesi a preparare un album più completo e ben organizzato con riferimenti alle varie attività svolte.
Questo articolo/pensiero e le fotografie che seguiranno siano segno di grande affetto, stima e ringraziamento verso questo gruppo di persone per questa esperienza che nel suo complesso è stata ‘condita’ anche da significativi sacrifici personali.
Paolo Spinelli
Quando vedi che c’è cos’ poca giustizia sociale la domanda che ti poni subito è: “cosa fare?”
E’ forse a questo punto che inizia la confusione. I problemi in Etiopia sono molti. L’Africa, poi, è immensa.
Il rischio che si corre è quello di lasciarsi andare al senso di impotenza lasciando svanire il fuoco che brucia dentro: quel fuoco che vorrebbe che ogni persona sulla terra vedesse riconosciuti propri diritti umani.
Per fortuna Paolo Caneva, missionario laico da 5 anni in Etiopia, nei giorni di permanenza ad Indibir ci ha indicato un sentiero che ci restituisce la nostra possibilità di azione: la giustizia sociale si costruisce avendo coscienza di chi
si è, di dove e come si vive. Avendo cura di quel bene immenso che è l’acqua, consum
ando meno e più attentamente, liberandoci dalle dipendenze quotidiane che il “padrone-televisione” ci impone, vivendo più semplicemente e lentamente. In questi “piccoli” passi c’è tutta la potenza necessaria per camminare accanto a questi popoli, meravigliosi nonostante la difficoltà in cui vivono.
E ciò che è davvero importante è che possiamo farlo tutti, nel posto in cui viviamo, ogni giorno.
Fabiola Abbati

Luisa con Wude, una bimba di Didimittù

Alba con Tola, un bimbo diversamente abile di Didimittù
Sveglia alle 7:00…L’aria è un po’ tesa a causa dei vari problemi che abbiamo riscontrato in questi giorni.
Verso le 9:00, accompagnati da Padre Giovanni Monti, abbiamo incontrato il direttore del settore educativo del vicariato di cui siamo “ospiti”. Questa persona, nonostante varie ed allettanti opportunità di lavoro ricevute dopo aver studiato in America, è tornato a Meki, nel suo paese, un po’ per sfida, per impegnarsi a dare un’opportunità agli studenti più volenterosi di riuscire a realizzarsi così come lui stesso ha fatto.
In base alle statistiche, ci ha spiegato che su 130 iscritti 129 alunni riescono a portare a termine la propria carriera scolastica con successo.
Quindi ci ha fatto visitare le varie strutture adibite a laboratori di chimica, fisica, biologia, disegno tecnico, informatica, biblioteca…
Tutte aule frequentate da circa 100 studenti che si dividono in gruppi di 3 o 4 persone per attrezzatura per usufruire dei servizi messi a disposizione dallla struttura.
In un secondo tempo siamo andati a visitare l’orfanotrofio finanziato da un progetto spagnolo. Qui abbiamo trovato un clima sereno, un’ambiente ordinato, pulito, sano e molto organizzato. C’erano anche una decina di bimbi molto molto piccoli con cui abbiamo potuto giocare.
Nel pomeriggio abbiamo visitato gli uffici amministrativi della diocesi, finanziati dalla Caritas austriaca, ed anche qui abbiamo constatato un’ottima organizzazione.
Poi ci siamo spostati un po’ anche nelle strutture interne del vicariato: all’asilo e al seminario. Nel visitarli abbiamo deciso di dare una “mano di pittura” alle pareti di due aule dell’asilo e di riparare alcuni giochi rotti nel giardino con le offerte donate dagli impiegati delle poste di Castiglion Messer Marino (CH).
In seguito, guidati dal suono di alcuni canti, ci siamo recati in chiesa, dove due suore ed alcuni bambini stavano facendo le prove di canto e ballo per la messa di domenica, a cui spero vivamente di poter partecipare.
Luisa D’Agostino
11 set
Posted by Paolo as Etiopia 2009
Questi i risultati dei test di ammissione alle classi terza e quarta della scuola Lasalle: 99 domande e 3 ammessi, 115 richieste, 5 selezionati.
Zwavi: un piccolo cartello comunica che il giorno dopo verranno aperte le iscrizione alla prima classe dell’asilo. L’orario segnato è alle 9, ma alle 9 e 15 si chiudono i cancelli.
Forse verrebbe da pensare che le scuole dei missionari, fratelli cristiani a Meki e suore salesiane a Zwai, abbiano aule piccole, ma non è così: la scuola di Meki ha in totale, divisi nelle 12 classi del sistema etiopico, 1580 studenti, la classe d’asilo di Zwai ha 60-70 bambini.
Alle 9 di sera, davanti all’asilo c’era chi prendeva posto per essere il primo della fila dopo una notte passata in coda; 500 le richieste quando hanno chiuso i cancelli.
Studiare in una scuola come quella Lasalle di Meki significa che, dopo duri sacrifici (si studia dalle 8 alle 5 del pomeriggio, con una pausa pranzo di un’ora e mezza, dove chi non ha i mezzi non mangia), si sarà ammessi all’università.
Qui in Etiopia le classi sono 12, c’è un esame tra la classe 10a e l’11a, due anni di preparazione per l’università (11 e 12), poi un esame di ammissione. Chi lo passa va all’università e la possibilità di scelta della facoltà dipende dal voto ottenuto: migliore il voto, più ampia la scelta.
135 – 133, 130 – 129: questi i risultati degli esami di ammissione alla classe 11a e all’università: praticamente la totalità degli studenti.
Qui l’università significa lavoro, significa sicurezza e realizzazione. E’ gratuita, o meglio: si paga a rate quando si lavorerà, terminati gli studi.
Chi non entra al Lasalle o all’asilo delle salesiane di Zwai andrà in una scuola governativa, dove la certezza di arrivare all’università non c’è.
Ma allora, quei tre ammessi alla terza, quei 5 ammessi alla quarta, i bambini che entrano nell’asilo?
Nel caso dell’asilo le suore sanno che i bambini che entrano nelle loro scuole verranno seguiti fino all’università, e vogliono scegliere quelli che più ne hanno bisogno. Quei 500 che hanno richiesto l’ammissione per i propri figli sono stati sottoposti ad un’intervista, volta a conoscerne la vita economica e sociale: si darà precedenza ai più bisognosi.
Nel caso del Lasalle, invece, sono quei ragazzi cui la scuola può permettersi di pagare interamente la retta; una manciata rispetto ai 1580. Quel 50% circa di studenti interamente paganti copre le spese anche per quelli che non possono. I bambini sostenuti a distanza sono circa una ventina, e il direttore, Belayneh, bussa di porta in porta per trovare dei fondi per avere più studenti, perché qualcuno non adotti il singolo ragazzo, ma la scuola: la quota mensile andrebbe a coprire le spese dei salari, dei materiali…
Ragionando con un occhio al presente, uno al futuro e i piedi piantati nella certezza della provvidenza, stanno costruendo un ostello per 60 ragazze.
Se prima c’era diffidenza nei confronti delle scuole, che toglievano forza lavoro tanto che Suor Elisa, salesiana, ci raccontava di come all’inizio i bambini dopo la scuola facevano dei lavoretti per i quali ricevevano dei soldi. La loro presenza a scuola era motivata dal denaro che portavano in casa. Perché i lavoretti? perché denaro in cambio di nulla non è educativo. Ma se prima era così ora lunghe file di persone chiedono una possibilità per i propri figli.
La speranza è che le generazioni che stanno nascendo, andando a sostituire quella al governo, lavoreranno sulla propria esperienza.
Emanuele Ferrarini
Dal pomeriggio del 1° settembre, dopo 9 giorni di splendida esperienza nella Diocesi di Indibir con Mons. Musié e l’italiano Paolo Caneva il missionario Laico Fidei Donum che li ha guidati e dopo l’estenuante viaggio che da qui li ha riportati ad Addis Abeba e poi a Nazareth (in totale circa 220 Km ‘Africani’ in un sol giorno), il Gruppo A si è ritrovato con il Gruppo B nella chiassosa cornice di una festa, da quest’ultimo organizzata, con bambini e ragazzi (adottati a distanza GFS).
Nella serata del 2 settembre, dopo una giornata di semi-relax in giro per la città di Nazareth, sono giunti a Meki, città posta a 50-60 Km più a sud (lungo la Reeft Valley, famosa deformazione della Crosta Terrestre) e qui, ospiti di Mons Abraham Desta e Padre Giovanni Monti del Vicariato di Meki soggiornano in una struttura gestita da Suore. In questi ultimi giorni, stanno: sia visitando strutture quali Orfanotrofio, scuole di promozione sociale in favore di categorie più deboli, asili e sia contribuendo nel loro piccolo a piccoli interventi di sostegno e recupero.
In questo contesto comunque, per quanto riguarda la situazione progetti e programmi GFS, continua il controllo/monitoraggio delle nostre volontarie Alba e Luisa, anche con significativi aiuti degli altri componenti del gruppo, che ci sentiamo in forte dovere di ringraziare con affetto.
Paolo
Caldo, pioggia e ancora caldo durante la stupenda passeggiata che dai
nostri alloggi ci ha portati a conoscere i ragazzi del villaggio di
Yephorena. Il paesaggio cambia continuamente mentre si sale sulle
colline. La terra rossa impregnata d’acqua, il fiume che scorre
tumultuoso ed infine un inaspettato bosco. Al nostro passaggio i
bambini escono dalle loro capanne e ci salutano regalandoci luminosi
sorrisi. Durante il percorso incontriamo gruppi di donne in marcia una
dietro l’altra con i testa carichi pesantissimi e ci stupiamo di come
non sembrino affatto affaticate, mentre noi sudiamo affannati sotto il
misero pesnostri zainetti da turisti. Appena arrivati a destinazione
udiamo subito il suono dei djambe’ e le voci di un coro. Entriamo nel
cancello di lam
iera e ci avviamo verso un edificio di terra composto
da una sola stanza arredata di poche panche. Un gruppo di ragazze e
ragazzi ci accoglie con un canto, anche noi cantiamo ma il risultato
e’ decisamente ridicolo in confronto alla loro performance. Prendiamo
posto di fronte a loro e tutti visibilmente imbarazzati cominciamo a
presentarci uno alla volta.
Le ragazze sono più timide e ci regalano solo brevi frasi sussurrate,
nascondendosi, poi, il viso tra le mani o dietro la schiena della loro
vicina. Grazie alla presenza di Paolo e di sua moglie Shitaye, che
traduce tutto quello che viene detto, l’atmosfera si ammorbidisce e a
vicenda iniziamo a porci delle domande e a fare delle riflessioni.
Dal canto nostro cerchiamo di spiegare i motivi che ci hanno spinti ad
intraprendere questa esperienza, decrivendo la vita alienante che si
svolge in occidente dove, pur avendo a a disposizione ogni bene di
consumo, la gente è profondamente infelice e frustrata, al contrario
degli etiopi che, sebbene vivano una vita stretta nella morsa della
povertà, sembrano sereni e contenti di quel poco che posseggono.
A tal proposito uno dei ragazzi del villaggio ci dice che la felicità
non può far parte della vita terrena ma solo di quella eterna. Questa
è la loro speranza.
Quello che emerge dallo scambio di domande ed opinioni con questo
gruppo di giovani è la consapevolezza che l’istruzione è l’unica via
di riscatto. Solo frequentando la scuola e l’università questi ragazzi
avranno la possibilità di migliorare la loro condizione e quella della
società in cui vivono. L’istruzione però da queste parti è un lusso
concesso a pochi.
Fin da piccoli i bambini devono aiutare i loro genitori nel lavoro dei
campi e a pascolare le greggi.
In questo modo resta ben poco tempo da dedicare allo studio, inoltre
la mancanza di corrnte elettrica rende impossibile studiare durante le
ore serali, le uniche che potrebbero essere dedicate
all’apprendimento.
Alla domanda “come trascorrete il vostro tempo libero?” la risposta
unanime è “studiando”.
E pensare che noi studentui italiani viviamo gli anni di scuola come
una costrizione, un peso, un’attività che ci toglie il tempo del
divertimento.
un altro aspetto interessante che emerge da questo confronto è che
oggi, al contrario di quanto si possa immagine, un ragazzi e una
ragazza possono sposarsi scegliendo liberamente il proprioo compagno.
il matrimonio non è più soltanto un contratto tra due famiglie che per
ragioni prettamente economiche decidono di stabilire un legame di
parentela, ora due persone che si vogliono posso unirsi. Il consenso
delle famiglie è sempre necessario, ma viene concesso senza
particolari problemi.
Quando poi chiediamo se c’è parità tra uomo e donna, la risposta è
imbarazzante: mentre i ragazzi affermano di si, le ragazze abbassano
gli occhi dietro un velo di silenzio. sarà vero?
I mecccanismi sociali di questa regione dell’Etiopia sono
affascinanti, ma talvolta contraddittori e difficili da comprendere
per chi come noi viene ad osservarli con occhi occidentali. Tuttavia
queste poche ore trascorse insieme ai nostri coetanei locali ci hanno
insegnato più di mille libri, ma il bello dell’Africa è che quando si
crede di aver capito come funziona questa parte di mondo, una semplice
frase o un gesto casuale fanno crollare le nostre certezze e allora
rimetti tutto in discussione e ricominci da capo.
Marialaura Di Donna